Diciamolo subito: Greta Thunberg stavolta non c’entra, la rivoluzione bio nel settore dell’abbigliamento aziendale è iniziata tanti anni fa. Ma come tanti altri prodotti innovativi ha faticato parecchio ad emergere.
La scarsa scelta ed i costi elevati hanno parecchio penalizzato la domanda di magliette eco-sostenibili; nel momento in cui veniva comunicato un prezzo triplo rispetto a quello di un prodotto tradizionale anche il più fervente sostenitore della natura aveva un attimo di mancamento e se ne usciva con la fatidica frase ‘ma si, in fondo va anche bene l’articolo classico…’
Fortunatamente qualche anno è passato e le cose non stanno più così.
Il cotone di per se è un prodotto naturale: la pianta da cui si ricava è coltivata da centinaia di anni in Asia (sua terra d’origine), Africa e Americhe. Ma il suo sfruttamento intensivo necessita di grandi quantità d’acqua, l’uso di fertilizzanti e pesticidi; provoca l’impoverimento dei terreni e l’inquinamento delle falde acquifere. Anche l’aspetto sociale non è trascurabile: ancora adesso nei paesi in via di sviluppo è comune l’uso di manodopera sottopagata e senza alcuna tutela per la salute.
E la successiva lavorazione risente degli stessi problemi: un uso spropositato di acqua e sostanze tossiche, grandi risorse energetiche, sfruttamento dei lavoratori.
Un’alternativa a tutti questi problemi la possiamo trovare con il cotone biologico: una coltivazione che segue le regole dell’agricoltura biologica, con un ridotto uso di acqua e di energia, l’esclusione di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti, e anche quella delle sostanze nocive comunemente usate nella filiera di produzione.
Altro aspetto importante è quello relativo alla tutela dei lavoratori: le regole ferree che disciplinano il settore tendono ad evitare sia lo sfruttamento economico che la mancata attenzione delle basilari regole sanitarie, come la prolungata esposizione a sostanze nocive.
Quindi: acquistando cotone biologico diamo veramente una mano all’ambiente, facendo calare drasticamente l’impatto negativo delle coltivazioni intensive, e nello stesso tempo garantiamo condizioni di vita migliori ai lavoratori del settore, dalla coltivazione alla produzione.
Il cotone biologico è certificato da organizzazioni internazionali a tutela ambientale e sociale; ce ne sono diverse, una delle più diffuse è l’OEKO-TEX Standard 100, un sistema di controllo e certificazione indipendente e uniforme a livello internazionale; i controlli partono dalle materie prime per poi seguire ogni fase della lavorazione, con particolare attenzione ai prodotti pericolosi per uomo e ambiente: metalli pesanti, coloranti tossici, sostanza usate in agricoltura come erbicidi e pesticidi.
Ogni etichetta OEKO-TEX® applicata ad un capo di abbigliamento ha un numero di serie e porta il nome dell’istituto che ha effettuato i test di laboratorio per la qualificazione dello standard.
Beh, sotto certi aspetti… nessuna. Insomma, il cotone è cotone.
Quello che fa la differenza – e al tatto si sente, eccome! – è, oltre all’aspetto etico, il diverso approccio alla produzione: le fibre tessili non trattate con sostanze chimiche aggressive sono meno stressate e più resistenti, la maggior cura nella lavorazione rende il tessuto più morbido e traspirante.
Basta toccare un capo realizzato con cotone bio per rendersi conto della differenza.
Anche se una cosa va detta: un capo di scarsa qualità sarà sempre un articolo scadente, che sia realizzato in maniera tradizionale o no. Insomma, non basta sventolare la bandiera del biologico per garantire prodotti migliori.
Anche qui (come forse per tutte le cose) il basarsi solo sulle promesse e sulle parole non basta; bisogna sempre controllare, valutare, testare – e affidarsi a chi certe cose le fa di mestiere da tanti anni e ci può consigliare al meglio.
Un esempio di polo in cotone biologico?
Morbide al tatto, eleganti e moderne nella vestibilità, sono il capo ideale da omaggiare a dipendenti a collaboratori.
Perché poi c’è un altro aspetto da tenere in considerazione: ho comprato il bel capo in cotone biologico (certificato!), mi sento in pace con il mondo, e poi lo vado a stampare senza preoccuparmi minimamente se il mio fornitore rispetta i minimi requisiti ambientali, usa solventi, inquina in lungo e in largo.
Forse anche in questo caso una maggiore attenzione nella scelta delle aziende partner sarebbe utile – e farebbe la differenza.
Volete provare?
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